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Persona giuridica amministratore di società di capitali

Persona giuridica amministratore di società di capitali 

La possibilità di nominare un’altra società come amministratore di una srl o di una SpA assume frequentemente rilievo all’interno dei gruppi societari e al contempo solleva qualche dubbio vista l’evoluzione normativa in materia e le conseguenti posizioni assunte dalla dottrina nel tempo. 

Tuttavia, alla luce della riforma del diritto societario, intervenuta ormai vent’anni fa, possiamo dire che i dubbi sull’ammissibilità della nomina ad amministratore di una persona giuridica siano stati gradualmente fugati e la tesi oggi unanime è assolutamente positiva verso una possibilità del genere.

Le modifiche al Codice civile, apportate con la riforma del 2003, hanno rimosso l’applicazione generalizzata delle norme in materia di società per azioni alle srl e hanno introdotto nuove tipologie giuridiche quali il Gruppo di Interesse Economico (GEIE) e la Società europea, creando così i presupposti per un’interpretazione del nuovo contesto normativo favorevole a scelte gestorie alternative. Questo nonostante il silenzio della norma.

Non si rintracciano infatti nel Codice civile articoli che prevedano espressamente la possibilità di nominare un ente quale amministratore di srl o SpA. 

Vediamo, quindi, quale percorso logico-interpretativo porti oggi la dottrina più autorevole ad esprimersi in senso opposto al passato.

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L’utilizzo del marchio nella pianificazione fiscale       

Il marchio costituisce un bene intangibile per l’impresa che lo ha in uso, ma non per questo la sua definizione economico-giuridica può avere contorni vaghi e caratteri poco definiti. Anzi, è bene che lo sfruttamento di un marchio avvenga dopo che una serie di passaggi di carattere legale ne abbiano definito in maniera univoca la titolarità e sia stato determinato chiaramente il suo valore intrinseco. 

Allo stesso modo, quando si iscrive a bilancio un marchio, o le royalties pagate per una licenza, è fondamentale che siano rispettati una serie di requisiti oggettivi e soggettivi affinché i relativi costi siano pienamente e legittimamente deducibili. 

L’uso del marchio a fini economici e fiscali deve quindi essere pianificato per tempo per evitare di incorrere in errori che limitino o impediscano del tutto il suo sfruttamento. In questa sede vorremmo concentrare l’attenzione sui requisiti necessari affinché un marchio intestato a una persona fisica possa essere sfruttato mediante concessione in licenza permettendo alla licenziataria la piena deducibilità delle royalties.

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L’informativa economico-finanziaria e la bancabilità delle PMI    

Diversi interventi legislativi e regolamentari di recente introduzione, tra cui il Codice della crisi e dell’insolvenza (o CCII) e le Linee Guida EBA-GL Lom (Guidelines on loan origination and monitoring) inerenti alla concessione e monitoraggio del credito, convergono verso la necessaria introduzione di un’adeguata informativa economico-finanziaria da parte delle PMI. 

Si è imposto sempre più, infatti, un approccio forward-looking al monitoraggio delle dinamiche gestionali e finanziarie dell’azienda che richiede all’imprenditore l’elaborazione di frequenti bilanci infrannuali, budget e business plan che veicolino maggiori informazioni agli stakeholder e, in particolare agli istituti di credito, garantendo maggiori capacità di previsione e anticipazione degli eventi di crisi. 

L’obiettivo è, in altre parole, quello di ridurre le asimmetrie informative tra impresa e sistema creditizio attraverso la predisposizione di un adeguato set informativo che contenga elementi tanto quantitativi che qualitativi, sia storici che prospettici. 

È noto ai più quale importanza rivesta, in un sistema banco-centrico come il nostro, il sostegno degli intermediari finanziari lungo tutto l’arco di vita dell’impresa dalla fase di start-up a quella di maturità, passando per la crescita e lo sviluppo.

Regole via via più stringenti sulla concessione e monitoraggio del credito impongono un rinnovato dialogo improntato a maggiore trasparenza, alla condivisione di proiezioni finanziarie ragionate e solide, basate su dati e assunzioni credibili, e infine a un controllo continuo e analitico dell’andamento gestionale.

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L’importanza della manovra finanziaria nei piani di “turn around”

A decorrere dal 15 luglio 2022, il Codice della Crisi ha sostituito in toto la precedente Legge Fallimentare italiana (Regio Decreto n. 267 del 16 marzo 1942, “LF”). Tra gli elementi di maggiore innovazione e discontinuità contenuti nel nuovo CCII vi è sicuramente un approccio volto, in misura maggiore rispetto al passato, a favorire procedure che permettono la prosecuzione delle attività nell’ottica della continuità aziendale. 

In questo senso, assumono particolare rilevanza i piani di ristrutturazione o di cosiddetto “turn around” stilati dal management e dagli advisor con la finalità di definire le misure da assumere per consentire all’impresa di ritrovare economicità e redditività, nonché di far fronte in tutto o in parte ai debiti contratti, in discontinuità con il passato. 

Per quello che è il ruolo degli advisor e, in particolare, del commercialista, ci interessa analizzare qui l’importanza rivestita all’interno di questi piani dalla manovra finanziaria, ovvero dalle decisioni inerenti al reperimento di nuova liquidità, al soddisfacimento dei fabbisogni finanziari, con l’intento di recuperare una gestione virtuosa del ciclo finanziario all’interno delle dinamiche aziendali.

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Nuovi criteri per la residenza fiscale delle società e degli enti

Nuovi criteri per la residenza fiscale delle società e degli enti       

Il 16 ottobre 2023 il Consiglio del Ministri ha licenziato, dopo l’esame preliminare, la bozza di decreto legislativo relativo alla riforma della fiscalità internazionale, in attuazione della più ampia legge delega 9 agosto 2023, n. 111 (“Delega al Governo per la riforma fiscale”). 

Si tratta di un intervento epocale se si considera che l’attuale assetto normativo risale all’art. 2 del DPR 598/73, quindi a mezzo secolo fa. Lo è tanto più perché sancisce in maniera rinnovata i criteri in base ai quali una società o un ente giuridico in generale debba considerarsi a tutti gli effetti residente in Italia. 

La normativa attuale, contenuta nell’art. 73 comma 3 del TUIR, statuisce che sono residenti nel territorio dello Stato le società e gli enti che per la maggior parte dell’anno stabiliscono in Italia la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale. 

L’elencazione di tali criteri non ha valenza gerarchica, come è stato più volte chiarito dall’amministrazione finanziaria, per cui basta che se ne verifichi uno perché la residenza sia attratta nel territorio del nostro paese con ciò che ne consegue in ambito fiscale sotto il profilo delle imposte dirette.

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La scissione mediante scorporo - Synopia

La scissione mediante scorporo, operazione neutrale per conferimento di beni e aziende

Il D.lgs. 19/2023, inserendo l’art. 2506.1 nel Codice civile, ha introdotto in Italia la “scissione mediante scorporo”, un istituto di grande interesse per il suo essere alternativo all’operazione di conferimento e alla scissione tradizionale, pur mantenendo il carattere di neutralità fiscale. 

Essa permette alla società scissa di assegnare parte del proprio patrimonio a una o più beneficiarie neocostituite ricevendone in cambio le partecipazioni al capitale. La prima differenza rispetto alla scissione ordinaria è quindi l’attribuzione delle quote o azioni in capo alla stessa scissa, anziché ai soci di quest’ultima.

Si può quindi parlare di una scissione parziale senza concambio. Il patrimonio netto contabile della società che viene scissa non subisce diminuzioni, in quanto semplicemente i beni di primo grado, ovvero gli asset conferiti, vengono rimpiazzati da beni di secondo grado, ossia le partecipazioni della beneficiaria.

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Il contratto di affitto d'azienda

Il contratto di affitto d’azienda

Sono diversi gli ambiti e le circostanze in cui il contratto di affitto d’azienda dispiega le proprie potenzialità. Non vi è dubbio che tale tipo di accordo presenti una flessibilità di fondo, data dal fatto che non si realizza un trasferimento a titolo definitivo bensì solo la concessione in godimento di un’azienda, o di un ramo di essa, a fronte del pagamento di un canone, per un tempo determinato. 

Ciò consente, ad esempio, di ricorrere all’affitto in un periodo precedente all’acquisizione di un’azienda così da permettere al futuro acquirente di valutarne e testarne sul campo la redditività mentre al proprietario-affittante è garantito un reddito stabile e determinato per l’intero lasso di tempo. 

La stessa utilità si esplica nella gestione del passaggio generazionale, allorché il capofamiglia voglia rendere graduale il trasferimento agli eredi, o nella creazione di joint venture fra soggetti che vogliano dare solidità giuridica al proprio legame o, infine, durante la crisi di impresa per garantire la continuità aziendale in vista di una successiva vendita definitiva. 

Eppure, tale tipologia di contratto, spesso approcciato in modo improprio, rimane misconosciuto nei suoi caratteri essenziali alla gran parte degli imprenditori che ne ignorano aspetti giuridici e negoziali ma anche e soprattutto vantaggi e possibilità di impiego.

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Le polizze unit linked, strumenti di protezione e passaggio del patrimonio

Le polizze unit linked rivestono un particolare interesse sotto il profilo giuridico e fiscale in quanto, pur trovandoci di fronte a strumenti assicurativi tipici, la coesistenza di cause miste all’interno dello stesso contratto può portare, a seconda dei casi, a una prevalenza dell’aspetto finanziario rispetto a quello previdenziale, con implicazioni tanto legali quanto tributarie.

I presupposti normativi su cui si basano, hanno favorito un impiego frequente delle unit linked in ambito successorio e di protezione del patrimonio, attirando l’attenzione dell’amministrazione finanziaria sulle circostanze di abuso dello strumento stesso.

Circostanza questa foriera di numerose pronunce giurisprudenziali di cui bisogna tenere conto nel momento in cui si confeziona e si sottoscrive un contratto assicurativo con tali caratteristiche.

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Valutazione di una start-up innovativa: quale metodologia?

La necessità di valutare un’azienda può sorgere per molteplici motivi: dalla trasformazione della forma societaria alla cessione delle quote o del pacchetto azionario, fino ad operazioni di aumento di capitale con ingresso di nuovi soci. 

In particolare, le società in fase di start-up, dopo un periodo di avvio e iniziale crescita, possono manifestare la necessità di attrarre capitali da impiegare in investimenti in strutture produttive, sviluppo di asset immateriali o in capitale circolante.

Valutare una start-up, tanto più se innovativa, presenta diverse problematiche all’esperto, primo tra tutti quello di avere solitamente una ridotta o nulla serie storica alle spalle su cui fare affidamento per validare le proiezioni future. 

Sappiamo che il metodo di valutazione prescelto deve avere una sua coerenza con la natura e le caratteristiche dell’incarico affidato. Per cui, bisognerà tenere conto della finalità della perizia ma anche delle informazioni disponibili. Per potere, quindi, approcciare la stima in maniera analitica, attualizzando i flussi annuali, è necessario disporre di un piano industriale che determini esplicitamente tali dati.

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Il Business Plan Risk Adjusted nei processi di pianificazione strategica       

Se predisporre un business plan, allorché si avvia un’iniziativa imprenditoriale, significa dotarsi di una mappa dettagliata prima di iniziare un avventuroso viaggio, implementarlo tenendo conto di tutti i rischi sistemici ed aziendali e della loro specifica probabilità di avveramento vuol dire tracciare una rotta tra imprevisti e difficoltà di tragitto, modellandone curve e deviazioni. 

Fuor di metafora, è chiaro che qualunque business plan si basa su ipotesi e assunzioni che hanno intrinsecamente una certa possibilità, più o meno elevata, di realizzarsi. Ci si muove, quindi, in un quadro di incertezza dovuta al fatto che diverse voci del piano hanno natura di stima ma soprattutto un certo grado di soggettività e aleatorietà. 

Con il termine “business plan risk adjusted” (BPRA) ci si riferisce ad un piano che incorpora l’analisi, anche probabilistica, dei rischi e delle incertezze insite nel progetto aziendale. Può essere considerato parte del processo di Enterprise Risk Management (ERM) che, a sua volta, si integra con gli altri aspetti decisionali e strategici dell’impresa.

Fondamentalmente il BPRA si basa su un’analisi di tipo qualitativo, che ha ad oggetto il mercato di riferimento e le variabili di cambiamento che esso presenta, e una di tipo quantitativo tesa a determinare la volatilità delle componenti economiche e finanziarie del business plan.

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Valutazione delle quote o azioni in operazioni di M&A: approccio equity side e asset side

Valutazione delle quote o azioni in operazioni di M&A: approccio equity side e asset side       

L’esito della negoziazione, in un’operazione di M&A, è inevitabilmente la determinazione di un prezzo ovvero di un valore delle azioni o quote della società oggetto di cessione. 

Colui che è chiamato a tale valutazione deve porre attenzione alla scelta del metodo in base alle caratteristiche dell’azienda, del settore di appartenenza o di altri fattori endogeni ed esogeni, optando per l’approccio più adeguato. 

La prassi generalmente seguita ha portato a distinguere due approcci differenti, che vengono definiti:

– “equity side”, mediante il quale si ottiene in maniera diretta il valore del capitale netto (c.d. equity value); 

– “asset side”, che porta invece ad un enterprise value, da rettificare, per giungere al valore del capitale netto, tenendo conto del servizio al debito. 

La scelta di uno dei due approcci influenzerà a sua volta la sia le grandezze finanziarie che il tasso di attualizzazione utilizzati nel processo di stima.

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