La srl PMI familiare e la creazione di quote particolari     

Quando si parla di aziende familiari in Italia si fa riferimento alla spina dorsale del sistema economico-produttivo nazionale. Esse, infatti, rappresentano la stragrande maggioranza delle imprese del nostro paese, in grado di generare circa l’80% del PIL e impiegare il 75% della popolazione occupabile.
Il modello a cui si fa riferimento è quello in cui non solo i soci sono componenti della stessa famiglia, ma anche il management e ancor più il CEO sono espressione dello stesso gruppo familiare. Quasi sempre, quindi, sono distinguibili due categorie implicite di soci:

– I “soci imprenditori”, che di fatto conducono l’azienda, sono coinvolti appieno nella sua gestione e spesso coincidono con il capofamiglia e uno o più dei suoi discendenti;

– I “soci di capitale”, rappresentati dagli altri familiari, estranei alla amministrazione ma beneficiari degli utili di impresa sotto forma di dividendi.

Questa dicotomia, sovente foriera di conflitti o per lo meno di divergenze di interessi e obiettivi, ha innescato nel tempo l’applicazione di soluzioni empiriche, non sempre solide sotto il profilo giuridico e gestionale ed efficaci nel distinguere le prerogative dell’una e dell’altra categoria di soci.

La costituzione di una srl PMI familiare potrebbe, però, mediante specifiche clausole statutarie, consentire al capofamiglia di conservare il potere pieno ed effettivo di amministrare la società, creando categorie di quote con diritti speciali in tema di percezione degli utili o di partecipazione alle operazioni di vendita o di aumento di capitale sociale.

SAFE, il contratto di sottoscrizione di futuro aumento di capitale

SAFE, il contratto di sottoscrizione di futuro aumento di capitale

Per le start-up alle difficoltà di reperire capitali, in particolare nella fase cosiddetta seed, data l’esigua presenza di venture capitalist nel nostro paese rispetto al contesto anglo-americano, si aggiungono quelle legate alla valutazione del capitale economico pre-money nelle fasi iniziali del business ovvero prima del Round Series A. 

A mitigare questa situazione potrebbe intervenire una tipologia di contratto “importato” dalla Silicon Valley, denominato SAFE (Subscription Agreement for Future Equity) traducibile in italiano come “Contratto di sottoscrizione di futuro aumento di capitale”. 

Diffuso sin dal 2013, soprattutto dall’acceleratore Y-Combinator, che ne ha divulgato anche un modello standard proprio per favorire la semplificazione e la trasparenza nella raccolta, il SAFE è diventato nel volgere di un decennio lo strumento di finanziamento maggiormente utilizzato dalle startup della Silicon Valley.

La scissione parziale verso la casa madre o “scissione ascensore”

La scissione societaria è un’operazione straordinaria che permette di disaggregare il patrimonio di un’azienda e assegnarne le singole parti a una o più società cosiddette “beneficiarie”. 

Quando il trasferimento del patrimonio avviene a favore della società madre o capogruppo si parla di “scissione ascensore” a voler definire il fatto che il compendio patrimoniale ascende dalla società controllata a quella controllante, in un’operazione che assume i caratteri di una scissione parziale e al contempo quelli di una fusione, poiché la società madre si trova a integrare con il proprio capitale di funzionamento il complesso di asset conferiti dalla società figlia. 

Allorché, per effetto di una fusione, la società controllante incorpora una controllata la partecipazione detenuta nel capitale di quest’ultima deve essere annullata e il suo valore deve essere confrontato con il patrimonio contabile incorporato, al fine di determinare l’eventuale sussistenza di un avanzo o disavanzo di annullamento. 

È possibile procedere nello stesso modo in caso di scissione parziale a favore della holding? 

Vediamo cosa prevede la normativa civilistica, e quali sono le indicazioni dei principi contabili e della dottrina.

Il valore della clientela come asset immateriale

Il portafoglio o elenco clienti rappresenta da sempre un asset irrinunciabile per ogni azienda commerciale. Non c’è dubbio, però, che l’enorme mole di dati personali, resi disponibili dall’uso dei social network, ha determinato un’evoluzione del marketing verso un approccio sempre più personalizzato al cliente, del tutto differente rispetto alle esperienze di mass market del passato.

Ciò ha comportato dei veri e propri cambi di paradigma nella valutazione della clientela come asset, per modelli di business che incidono sempre più profondamente sulla catena del valore, nei rapporti tra produttori, erogatori di servizi, intermediari e consumatori. 

Accanto alle consolidate prassi valutative delle aziende, emergono e si vanno imponendo nella dottrina aziendalistica metodologie specifiche per stimare il valore del portafoglio clienti. 

La customer equity (patrimonio di clientela) rappresenta il valore economico delle relazioni con i clienti, la cui identificazione come bene economico e giuridico apre alla possibilità di una sua patrimonializzazione e alla configurazione dei profili contabili e fiscali in caso di trasferimento di tale asset. 

In altre parole, la lista clienti si configura come un bene immateriale tutelato giuridicamente, suscettibile di valutazione economica e riconosciuto fiscalmente in caso di transazioni o business combination al pari o come parte integrante dell’avviamento.

Persona giuridica amministratore di società di capitali 

Persona giuridica amministratore di società di capitali

La possibilità di nominare un’altra società come amministratore di una srl o di una SpA assume frequentemente rilievo all’interno dei gruppi societari e al contempo solleva qualche dubbio vista l’evoluzione normativa in materia e le conseguenti posizioni assunte dalla dottrina nel tempo. 

Tuttavia, alla luce della riforma del diritto societario, intervenuta ormai vent’anni fa, possiamo dire che i dubbi sull’ammissibilità della nomina ad amministratore di una persona giuridica siano stati gradualmente fugati e la tesi oggi unanime è assolutamente positiva verso una possibilità del genere.

Le modifiche al Codice civile, apportate con la riforma del 2003, hanno rimosso l’applicazione generalizzata delle norme in materia di società per azioni alle srl e hanno introdotto nuove tipologie giuridiche quali il Gruppo di Interesse Economico (GEIE) e la Società europea, creando così i presupposti per un’interpretazione del nuovo contesto normativo favorevole a scelte gestorie alternative. Questo nonostante il silenzio della norma.

Non si rintracciano infatti nel Codice civile articoli che prevedano espressamente la possibilità di nominare un ente quale amministratore di srl o SpA. 

Vediamo, quindi, quale percorso logico-interpretativo porti oggi la dottrina più autorevole ad esprimersi in senso opposto al passato.

L’utilizzo del marchio nella pianificazione fiscale       

Il marchio costituisce un bene intangibile per l’impresa che lo ha in uso, ma non per questo la sua definizione economico-giuridica può avere contorni vaghi e caratteri poco definiti. Anzi, è bene che lo sfruttamento di un marchio avvenga dopo che una serie di passaggi di carattere legale ne abbiano definito in maniera univoca la titolarità e sia stato determinato chiaramente il suo valore intrinseco. 

Allo stesso modo, quando si iscrive a bilancio un marchio, o le royalties pagate per una licenza, è fondamentale che siano rispettati una serie di requisiti oggettivi e soggettivi affinché i relativi costi siano pienamente e legittimamente deducibili. 

L’uso del marchio a fini economici e fiscali deve quindi essere pianificato per tempo per evitare di incorrere in errori che limitino o impediscano del tutto il suo sfruttamento. In questa sede vorremmo concentrare l’attenzione sui requisiti necessari affinché un marchio intestato a una persona fisica possa essere sfruttato mediante concessione in licenza permettendo alla licenziataria la piena deducibilità delle royalties.

L’informativa economico-finanziaria e la bancabilità delle PMI    

Diversi interventi legislativi e regolamentari di recente introduzione, tra cui il Codice della crisi e dell’insolvenza (o CCII) e le Linee Guida EBA-GL Lom (Guidelines on loan origination and monitoring) inerenti alla concessione e monitoraggio del credito, convergono verso la necessaria introduzione di un’adeguata informativa economico-finanziaria da parte delle PMI. 

Si è imposto sempre più, infatti, un approccio forward-looking al monitoraggio delle dinamiche gestionali e finanziarie dell’azienda che richiede all’imprenditore l’elaborazione di frequenti bilanci infrannuali, budget e business plan che veicolino maggiori informazioni agli stakeholder e, in particolare agli istituti di credito, garantendo maggiori capacità di previsione e anticipazione degli eventi di crisi. 

L’obiettivo è, in altre parole, quello di ridurre le asimmetrie informative tra impresa e sistema creditizio attraverso la predisposizione di un adeguato set informativo che contenga elementi tanto quantitativi che qualitativi, sia storici che prospettici. 

È noto ai più quale importanza rivesta, in un sistema banco-centrico come il nostro, il sostegno degli intermediari finanziari lungo tutto l’arco di vita dell’impresa dalla fase di start-up a quella di maturità, passando per la crescita e lo sviluppo.

Regole via via più stringenti sulla concessione e monitoraggio del credito impongono un rinnovato dialogo improntato a maggiore trasparenza, alla condivisione di proiezioni finanziarie ragionate e solide, basate su dati e assunzioni credibili, e infine a un controllo continuo e analitico dell’andamento gestionale.

L’importanza della manovra finanziaria nei piani di “turn around”

A decorrere dal 15 luglio 2022, il Codice della Crisi ha sostituito in toto la precedente Legge Fallimentare italiana (Regio Decreto n. 267 del 16 marzo 1942, “LF”). Tra gli elementi di maggiore innovazione e discontinuità contenuti nel nuovo CCII vi è sicuramente un approccio volto, in misura maggiore rispetto al passato, a favorire procedure che permettono la prosecuzione delle attività nell’ottica della continuità aziendale. 

In questo senso, assumono particolare rilevanza i piani di ristrutturazione o di cosiddetto “turn around” stilati dal management e dagli advisor con la finalità di definire le misure da assumere per consentire all’impresa di ritrovare economicità e redditività, nonché di far fronte in tutto o in parte ai debiti contratti, in discontinuità con il passato. 

Per quello che è il ruolo degli advisor e, in particolare, del commercialista, ci interessa analizzare qui l’importanza rivestita all’interno di questi piani dalla manovra finanziaria, ovvero dalle decisioni inerenti al reperimento di nuova liquidità, al soddisfacimento dei fabbisogni finanziari, con l’intento di recuperare una gestione virtuosa del ciclo finanziario all’interno delle dinamiche aziendali.

Nuovi criteri per la residenza fiscale delle società e degli enti       

Nuovi criteri per la residenza fiscale delle società e degli enti

Il 16 ottobre 2023 il Consiglio del Ministri ha licenziato, dopo l’esame preliminare, la bozza di decreto legislativo relativo alla riforma della fiscalità internazionale, in attuazione della più ampia legge delega 9 agosto 2023, n. 111 (“Delega al Governo per la riforma fiscale”). 

Si tratta di un intervento epocale se si considera che l’attuale assetto normativo risale all’art. 2 del DPR 598/73, quindi a mezzo secolo fa. Lo è tanto più perché sancisce in maniera rinnovata i criteri in base ai quali una società o un ente giuridico in generale debba considerarsi a tutti gli effetti residente in Italia. 

La normativa attuale, contenuta nell’art. 73 comma 3 del TUIR, statuisce che sono residenti nel territorio dello Stato le società e gli enti che per la maggior parte dell’anno stabiliscono in Italia la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale. 

L’elencazione di tali criteri non ha valenza gerarchica, come è stato più volte chiarito dall’amministrazione finanziaria, per cui basta che se ne verifichi uno perché la residenza sia attratta nel territorio del nostro paese con ciò che ne consegue in ambito fiscale sotto il profilo delle imposte dirette.

La scissione mediante scorporo, operazione neutrale per conferimento di beni e aziende

La scissione mediante scorporo - Synopia

Il D.lgs. 19/2023, inserendo l’art. 2506.1 nel Codice civile, ha introdotto in Italia la “scissione mediante scorporo”, un istituto di grande interesse per il suo essere alternativo all’operazione di conferimento e alla scissione tradizionale, pur mantenendo il carattere di neutralità fiscale. 

Essa permette alla società scissa di assegnare parte del proprio patrimonio a una o più beneficiarie neocostituite ricevendone in cambio le partecipazioni al capitale. La prima differenza rispetto alla scissione ordinaria è quindi l’attribuzione delle quote o azioni in capo alla stessa scissa, anziché ai soci di quest’ultima.

Si può quindi parlare di una scissione parziale senza concambio. Il patrimonio netto contabile della società che viene scissa non subisce diminuzioni, in quanto semplicemente i beni di primo grado, ovvero gli asset conferiti, vengono rimpiazzati da beni di secondo grado, ossia le partecipazioni della beneficiaria.